martedì 18 gennaio 2011

Lettera a una bambina che non vuole andare al circo

La tua convinzione di non volere andare al circo, ha l'incredibilità dell'innocenza, in quella decisione c'è tutto il tuo mondo, le piccole certezze che, quasi con ostinazione coltivi e affermi e, che noi, che quegli animali li abbiamo visti liberi nella savana, abbiamo alimentato nella speranza che tu, un giorno, potessi vivere e respirare l'aria forte della sera africana quando i leoni, con lentezza esasperante, vanno a leccare il sale, o, se ne avrai la fortuna, vedere, commuovendoti, l'eterna lotta per la sopravvivenza che porta milioni di gnù a spostarsi a sud, per poi ripetere lo stesso viaggio al contrario.
E' bello che tu non voglia andare al circo, ma sei una bambina e anche se dovessi decidere ad andare, se le tue convinzioni sono forti, come credo,uscirai rafforzando l'idea che un viaggio in Africa, è un viaggio di libertà.

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Quando sei entrata?

Davanti a un rapporto di relazione consumato velocemente, per esempio, tra due persone che scambiano poche battute verbali in un luogo pubblico, a volte ci si pone, dopo avere esaurito il copione delle banalità, come un osservatore che deve valutare se questo mondo di minimalismi congeniali, strutturalmente selezionati per la sopravvivenza culturale, di apparenza, in fondo non sia, senza che si formi, anche in embrione, un piccolo dubbio, la nostra vera essenza: una complessa rete di pensieri fragili, di emozioni fredde, e una innaturale, quanto infantile, propensione verso rapporti superficiali.

Questa riflessione mi è nata da un normale ma, evidentemente incisivo, incontro, quando ho visto uscire un'amica dal bar davanti la cui porta stavo aspettando un mio vecchio professore:

Io: "Non ti avevo vista, Enza, quando sei entrata"

Lei:"Prima"

E a sottolineare l'insufficienza semantica e l'inadeguatezza del contenuto della mia domanda, un sorriso disarmante.
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venerdì 14 gennaio 2011

Occhi neri smarriti

Occhi neri smarriti in un mondo di desideri negati
mani impacciate cercano incapaci le lente curve dell'amore.
Apri la piccola bocca rossa per invocare
a bassa voce
di essere amata.

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Tenerezza

Tra le tante facce che, ieri, componevano quella meravigliosa umanità che ancora crede, che ancora anela ad un mondo migliore, ve n'era una in particolare che sembrava esserci più delle altre, senza che il suo portatore, della faccia intendo, facesse più di un battito di ciglia per farsi notare. Ma il cuore di poeta sente l'energia che emana la dura ossidiana che porta in se il lungo, faticoso viaggio dalle viscere della terra.
A lui ho dedicato queste parole inadeguate a descrivere la complessità che, molte volte, si nasconde dietro un'anima semplice:

Uno sguardo duro di pietra
scolpito da sofferenze infernali
l'antico profilo
e, di pianti altrui percorso
come un fiume
che la foce della sua perdizione nutre
perché è suo il dolore del mondo.
Non sono le tue parole che parlano di te
ma la tenerezza del tuo Essere.

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giovedì 13 gennaio 2011

Giovanni, il genio pigro.

Mi ricordo di una vecchia disputa su come definire genio, o come definire cos'è geniale. Una delle spiegazioni, per me, più accattivante, è la seguente:" Il genio è chi possiede la conoscenza prima del sapere", perfetto!
Giovanni, per me, è un genio (vedi il post: "La meraviglia dei numeri e una voce dal deserto" del 13 novembre 2010) perché, pur entrando sempre a gamba tesa nelle discussioni, porta con se, in se, una conoscenza che, pur con l'inconsapevolezza che connota il suo modo di relazionarsi, riesce sempre a sorprenderti, come ieri sera, quando è passato dalla "caratteristica" al "possesso" a proposito del sostantivo "Proprietà", con una grazia che ignora l'esistenza delle sue entrate falciatrici. E, non a caso, mio caro Giovanni ti trascrivo un passaggio di un libro di un mio giovane amico, perché tu possa scordare fastidiose e oscure lettere mute, e possa liberamente esprimere i tuoi pensieri.
"...concepire una struttura nuova: non rendendomi conto di "sbagliare" nel creare la sintassi e la grammatica sono andato avanti ed ho creato un mio proprio sistema linguistico capace di essere inteso da tutti (il che era la mia necessità).Una volta cresciuto avrei potuto studiare assiduamente la grammatica e la lingua italiana "corretta" ma non l'ho fatto... Potrei dirvi per "genialità" ma alla base semplicemente per pigrizia. Certo sono stato corretto da molti amici e parenti e professori,tuttavia la maggior parte di queste correzioni erano formali e dunque prive di interesse ai miei occhi. Si è invece insinuato in me un odio per la forma, quella forma irrilevante esistente solo per tradizione e come norma sociale, quella forma che vedevo come ipocrisia, che sembra esistere solo per rassicurare i parlanti che la conoscono, dargli l'idea di "conoscere la propria lingua" : una specie di autoerotismo malsano ai miei occhi. ( Il testo è tratto dalla "Premessa Formale -Solo per coloro i quali “conoscono bene la propria lingua” di Gianmarco Giuliana, Tramonto 2009-2010, versione Ebook)
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mercoledì 5 gennaio 2011

Oscurità

Un minuscolo punto di flebile luce
illumina appena la cecità profonda della mia mente
le mani smorte sulle ruvide pareti della solitudine
sostenere il corpo inerte,
incapace di vita,
nutrito dall'oscurità assoluta
perché non muoia per sempre.
Mille e mille volte ho rifiutato la luce
abbagliato gridare e cercare la sua assenza
per riposare un attimo
e sentire il cuore
battere ancora.
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martedì 4 gennaio 2011

Non ho una terra

Tante sono le tragedie umane direttamente, o indirettamente derivate da un modello economico folle. Quando sei privato della tua identità, delle tue origini, perché la terra è diventata un unico sterminato luogo di consumo per pochi, c'è da chiedersi se una specie che si evolve (?), possa essere tanto cieca, tanto sorda da non sentire l'assordante rumore della sua distruzione.

Queste parole le dedico al popolo Mapuche, il popolo della terra.

Non ho una terra per chiamarmi donna.
Non ho una terra per chiamarmi uomo.
I nostri figli non possiamo chiamarli bambini,
non hanno una terra.
Le nostre favole non potremo più raccontare all'ombra del grande quillay
dissolta dalle abbaglianti luci del centro commerciale:
la nostra nuova terra.

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